L'Italia e' un paese che sa aspettare: gli italiani hanno imparato ad aspettare. Attendere e' l'attivita' nazionale piu' tipica: si attende il medico in ospedale, l'udienza in tribunale, il funzionario competente all'ufficio pubblico.
Ma attendere non e' piu' solo la manifestazione dell'inefficienza del paese. L'attesa e' diventato lentamente il criterio guida per la selezione delle persone e del loro ruolo nella societa'. Cosi' importante da surclassare il merito.
Il sistema Italia applica in realta' un semplice cinismo quando seleziona le persone. Prima ancora di chiedere al cittadino che vuole affermarsi davanti qunato vale, gli chiede quanto tempo sia disposto ad aspettare. Quanto tempo e' disposto ad attendere per divenire notaio o avvocato, per essere ammesso in specialita' medica, per lavorare all'Universita' o per iniziare la tua attivita' imprenditoriale. Il "criterio dell'attesa" opera prima di qualunque altro: immobilizzatore di una societa' dove il cittadino dotato di mezzi economici insufficienti non ha nemmeno l'opportunita' di competere. Per questi cittadini, indigenti e impossibilitati ad indebitarsi, il sistema Italia ha gia' pronta la risposta: l'esclusione da tutte quelle professioni e quei lavori strettamente legati all'affermazionale e all'avanzamento sociale dell'individuo. Il patto sociale dietro il "criterio dell'attesa" e' un subdolo ostacolo alla mobilita' sociale del paese. Non la vieta, la renda solamente inattuabile.
Come puo' reggersi un contratto sociale di questo genere? Naturalmente c'e' un compromesso che lo rende possibile. Un compromesso malato per cui la protezione corporativa - tipicamente mascherata da controllo sulla qualita' delle prestazione dei suoi aderenti - e' tanto piu' alta, quanto piu' difficile e' l'accesso alla corporazione. Il "criterio dell'attesa" blinda il paese: nella migliore delle ipotesi, premia i meritevoli tra quelli che possono permettersi di attendere, non i meritevoli senza ulteriore qualificazione. Il nuovo"patto sociale" deve abbandonare il tempo come criterio di selezione e utilizzare semplicemente il merito. Abbattere i tempi di attesa per i cittadini che vogliono iniziare un nuovo lavoro e' la nostra sfida. Perche' non vogliamo che sia la mobilita' sociale a rimanere in attesa nel nostro paese.
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3 commenti:
Ridare credibilità alla scuola e all'università potrebbe essere un buon punto di partenza per stimolare la cultura della meritocrazia.
L'attesa nasce dai banchi di scuola: il diploma liceale non si nega a nessuno; la promozione è obbligatoria a tutti i livelli; gli esami di riparazione (che un senso lo avevano) aboliti in cambio di una settimana di recupero collettivo; in che modo un ragazzo viene stimolato dalla scuola a dare il meglio?
A parte rare eccezioni sulle quali non credo sia utile misurarsi, dall'età di sei anni fino ai 18 è chiaro a tutti che facendo il minimo si ottiene comunque il risultato sperato...e lo stesso credo valga anche all'università:
questo sistema non comporta forse un continuo ritardo nella formazione dei soggetti, con l'ulteriore aggravante che a proseguire nella carriera scolastica e universitaria sono un numero sempre più elevato di persone (incompetenti)?
L'accesso agli ordini professionali si è (tragicamente) adeguato a tale sistema: alle professioni c.d. protette - con tempistiche diverse - arrivano tutti, motivati o meno, competenti o meno..è solo questione di attendere (appunto) il proprio turno..non esiste lo sbarramento, c'è sempre (o quasi) una seconda possibilità, se non una terza, una quarta..
Nel frattempo passano gli anni ed ogni soggetto è un costo enorme per la famiglia e per lo stato...costo che ovviamente non produce nulla.
In questo senso non credo che si possa affermare che "l'accesso alla corporazione (intesa come ordine professionale) sia blindato".
Nel mio caso, sono avvocato, l'accesso è abbastanza facile con il risultato che poi una volta terminato l'iter (non proprio corto)di studio, hai un titolo che non corrisponde ad una professionalità..
Vorrei pensare ad un sistema dove il titolo sia garanzia di competenza e professionalità.
In questo modo l'attesa diminuirebbe e forse anche la professionalità tornerebbe ad essere un valore.
Giacomo Garcea
D'accordo, ovviamente, con quanto è stato detto. C'è però da considerare anche che non sempre il tempo è il solo criterio discretivo. Mettiamola così: in alcuni casi anche chi ha tempo (quindi denaro, e cioè denaro di famiglia, in quasi tutti i casi) trova non più conveniente accedere a ciò cui aspira.
Questa aspirazione può essere quella di fare carriera universitaria come quella di dare corpo ad una propria idea imprenditoriale.
Prendiamo il primo caso: lì il tempo di attesa può non essere sostenibile in termini di "convenienza" - ancor prima che economici - per chi sia effettivamente capace. Mi spiego: se un giovane e molto brillante laureato per quanto in ipotesi facoiltoso sa di dovere attendere molti anni prima di poter fare carriera universitaria; sarà allora più portato a soddisfare le proprie ambizioni rivolgendosi immediatamente al privato, sottraendo così le sue forze all'accademia. Chi invece per ipotesi non abbia sufficienti capacità per affernarsi nel privato, allora si accoderà alla lista d'attesa universitaria.
Questo problema potrebbe toccare molto una città prettamente universitaria come Bologna.
Simone Trombetti
Il criterio dell'attesa ritengo non possa essere scisso dalla logica di nepotismo che permea non solo l'accesso al mondo del lavoro ma anche l'accesso alle cd "professioni protette".
Premesso questo ritengo che partire ridando credibilità alla scuola possa essere senz'altro una ottima idea ma forse un pò utopica o, quantomeno, di non così facile soluzione, stando alla reale condizione in cui ormai da anni verte la scuola italiana. Le riforme e riformine che si sono incessantemente susseguite negli anni e che sulla carta dovevano portare la scuola italiana ad essere competitiva a livello europeo ed internazionale, non hanno fatto altro che peggiorare le cose che già avevano toccato il fondo (ma tant'è, quando si tocca il fondo si può iniziare a scavare)
Inoltre i professori stessi, ai quali in teoria dovrebbe essere affidata la formaizone culturale delle generazioni future, sono le prime vittime del criterio dell'attesa dato che devono aspettare anni su anni prima di diventare "di ruolo" e penso sia ovvio che ci aspetta da una vita altro non può fare che insegnare ad aspettare.
A chi giova la situazione di stallo in cui si trovano le persone intellettualmente più valide ed idonee per "svecchiare" l'Italia?
Cui prodest scelus, is fecit.
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